Non sono arrivato qui
perché ho capito.
Ma perché non riuscivo più
a stare dentro quello che stavo vivendo.
Quello che reggeva ha smesso di tenersi in piedi.
Non è un passaggio che accarezza o rassicura.
È qualcosa che ti toglie appoggio e respiro.
E ti ferma,
in un punto in cui non hai più niente a cui aggrapparti.
Ti accorgi che non ti servono le cose che sai,
e nemmeno le frasi giuste.
Puoi solo restare.
O scappare.
Non sono arrivato qui
perché ho capito.
Ma perché non riuscivo più
a stare dentro quello che stavo vivendo.
Quello che reggeva ha smesso di tenersi in piedi.
Non è un passaggio che accarezza o rassicura.
È qualcosa che ti toglie appoggio e respiro.
E ti ferma,
in un punto in cui non hai più niente a cui aggrapparti.
Ti accorgi che non ti servono le cose che sai,
e nemmeno le frasi giuste.
Puoi solo restare.
O scappare.
Ho provato a cercarmi lontano.
Ho camminato tanto.
Non per sport.
Nemmeno per un’esperienza.
Perché avevo bisogno di uscire
da quello che conoscevo.
Il Cammino di Santiago.
Il Cammino di San Francesco.
Giorni in cui fai sempre lo stesso gesto:
un passo dopo l’altro.
Lento. Faticoso. Respirato.
Finché qualcosa dentro smette di fare rumore.
E allora iniziano ad arrivare cose.
Non perché le cerchi. Perché ci sei.
Ricordo più gli sguardi che i posti.
Conversazioni nate senza motivo,
con il sentore di inevitabile.
E lì ho iniziato a vedere.
Non era che mi mancava qualcosa.
È che continuavo a cercarmi ovunque…
ma non dove stavo davvero.
Ho studiato. Tanto.

Solo che a un certo punto ho iniziato a usarlo per non sentire.
Come un anestetico.
Qualcosa che dovrebbe sistemare tutto.
Coprire vuoti. Tamponare ferite.
Andare avanti senza davvero attraversare.
Ma non funziona così.
Ho cercato risposte ovunque: libri, viaggi, formazione.
E mi è servito.
Ma poi ho sentito anche altro.
Che potevo capire tutto…
e restare esattamente lì.
E qualcosa si è rotto davvero.
Non era tanto quello che sapevo.
Ma il modo in cui lo usavo…
per tenermi a distanza.
Il mio punto zero
non è stato una scelta
È stato il momento in cui non avevo più appigli.
Nel 2020 ho lasciato tutto: casa, relazione, lavoro.
Ci sono arrivato pronto? No.
Non riuscivo più a stare lì dentro.
E ho sofferto. Molto.
Perché quello che avevo costruito…
a un certo punto non mi apparteneva più.
E quando ti trovi senza forma,
senza una direzione pronta…
senza qualcosa da difendere
…ti succede qualcosa.
Se non riempi subito quel vuoto, inizi a vedere.
Non meglio.
Diversamente.
E tornare a vedere, all’inizio,
non è leggero.
Strappa quello che credevi vero.
Ti lascia davanti a qualcosa
che non ha ancora un nome.
E da lì… non torni più nello stesso modo.
Oppure torni.
Ma non ci resti più come prima.
Questa, per me, è crescita personale.
Restare davanti a quel vuoto
senza riempirlo subito.
Sostare lì abbastanza
da non poterti più evitare.
Oggi lavoro da quel punto.
Non da quello che so.
Da quello che non ha più funzionato.
Mi siedo accanto
dove la tua vita non regge più
e ci restiamo abbastanza
da non poter più evitare
quello che c’è davvero.
Fuori dall’idea che già conosci di te.
Fuori da una narrazione polverosa
che continua a rimettere in piedi
eventi, persone, dinamiche, vissuti.
Uso il corpo, la voce e i Numeri non per darti risposte.
Ma per togliere rumore.
Perché quando il rumore si abbassa…
quello che c’è sotto si rivela.
E quando lo vedi,
non puoi più fare finta di niente.
Se sei qui...

Forse hai già fatto molta strada.
Magari anche un percorso di crescita personale.
Hai capito tante cose.
Eppure… qualcosa continua a non tornare.
Prova a vederla così:
forse non è più un problema di comprensione.
Forse sei arrivata in un punto
in cui non puoi più solo capire.
È il momento di entrarci.
Non è comodo.
Ma è reale.
Non serve fare un salto.
Serve partire da dove sei.
Io resto Accanto a te.
Luca
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